Come viviamo la Val di Fassa quando abbiamo qualche ora libera.
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Quando ad Aurora capita un pomeriggio libero, raramente si chiede quale sia il posto più bello della Val di Fassa. Prende una coperta e si incammina verso il bosco dietro casa. Poi cerca un prato, non il prato più famoso, non quello visto da qualche parte. Un prato, si siede e resta lì un po’.
“Sono un orso, di natura”, dice ridendo. “Ogni tanto ho bisogno di tornare nel mio habitat.” Il bosco, per lei, è un ristoro: basta poco per staccare, vedere qualcosa, restare un momento con sé stessi. È da qui che abbiamo voglia di partire, perché in questa scena c’è già quasi tutto quello che vorremmo raccontarvi.


È settembre, e la valle in questi giorni è bellissima. C’è poca gente, i colori cominciano a cambiare, le giornate sono lunghe abbastanza da godersele fino in fondo. I cieli tersi, di un azzurro difficile da ritrovare in altri periodi dell’anno. Nei boschi si va per funghi; sui pascoli alti le mandrie iniziano a pensare al rientro; lungo le strade, tra poco, passeranno le greggi che scendono verso la pianura. È forse la nostra stagione preferita.
Un territorio si conosce frequentandolo
Il nostro legame con questa valle è fatto di ritorni. Gli stessi boschi in primavera e in autunno, gli stessi prati quando fioriscono e quando ingialliscono, gli stessi sentieri percorsi tante volte, finché smettono di essere un percorso e diventano casa.
Lungo la strada che sale verso la Palua, per esempio, in questo periodo si va soprattutto per funghi. In primavera, invece, si raccoglie il timo, la menta, qualche erba da portare a casa, essiccare e usare durante l’anno. Aurora — che gli ospiti, un po’ per gioco, hanno ribattezzato “la fata dei boschi” dopo l’ennesima chiacchierata su fiori ed essenze — di queste cose se ne intende: raccoglie, annusa, riconosce. Si impara così un territorio: tornando finché non diventa parte di sé.
Chi arriva, e cosa cerca
Ogni tanto qualcuno ci chiede, appena arrivato: “Qual è la cosa da non perdere?”. Una domanda legittima e rispondiamo volentieri. Ma prima di rispondere, proviamo a capire chi abbiamo davanti.
Perché in montagna arrivano persone diverse, e ci piace così. C’è chi è allenato e attrezzato, e cerca il sentiero lungo, la fatica vera, la cima. C’è la famiglia con i bambini, che vuole una giornata bella e leggera per tutti. E c’è chi sale solo per sedersi su un prato, leggere, respirare, godersi l’aria e la cucina delle malghe.
La montagna è per tutti. Chiede soltanto di essere vissuta nel modo giusto: le scarpe adatte, l’acqua nello zaino, un’idea chiara di dove si sta andando. Il resto dipende da cosa avete voglia di trovare.
Dove andare, a seconda di come vi va di stare
Ad Aurora non piace dividere i sentieri in facile, medio e difficile. Le sembra una classificazione che fa pensare a una prestazione. Lei fa sempre una domanda per capire: che voglia avete, oggi? Di camminare a lungo, di stare coi bambini, di perdervi in un posto selvaggio, o di rallentare fino quasi a meditare.
Ecco 4 modi di stare quassù, con i posti che ci piace consigliare a chi ce lo chiede.
Immergersi nel bosco: la Palua
È il nostro giro del cuore, quello vicino a casa. Da Soraga, dove la strada forestale si addentra nel bosco, si sale fino alla Palua, una vecchia malga intorno ai 1.500 metri, oggi un posto quieto attrezzato con qualche griglia dove è possibile fermarsi e prepararsi il pranzo. A metà cammino c’è un punto panoramico che apre lo sguardo su Soraga dall’alto, sul lago e su tutto il gruppo dei Monzoni. Si può tornare per la stessa strada, oppure allungare fino a Tamion e rientrare da lì. A piedi, o in bici (Aurora la sceglie sempre più spesso da quando le hanno regalato quella elettrica, che le fa ottimizzare il tempo libero). Fatto con calma, è un giro che riempie una giornata intera. E se lungo la strada spuntano i funghi, tanto meglio.
Per qualcosa di ancora più semplice, la baita Pociace — che si raggiunge comodamente partendo da Vigo — è un altro posto tranquillo, con una bella vista sul Catinaccio.
Alla ricerca del selvaggio: le valli che non conosce nessuno
Per chi vuole camminare sul serio e incontrare poca gente, si può salire fino al Sasc de la Crousc: da lassù si vede tutta la Val di Fassa, e nelle giornate terse lo sguardo arriva da Moena fino al Sassopiatto. Portate molta acqua, però, perché di fontane lassù ce ne sono pochissime. Dall’altra parte, partendo da Mazzin, si aprono la Val de Grepa e la Val de Dona: selvagge, poco battute, di quelle che quasi nessuno conosce. In Val de Dona c’è un rifugio tenuto da una giovane famiglia, dove i funghi sono quelli raccolti e le torte quelle fatte il giorno stesso, perché non arriva troppa gente. Sono i posti che ci piace di più consigliare.

Camminare fino in cima: Fuciade e la Forca Rossa
Uno dei nostri luoghi del cuore è Fuciade. Il giro che suggeriamo a chi ha buone gambe parte dal parcheggio sotto la Valfredda: si sale verso il Rifugio Fuciade, si prosegue oltre, fino alla Forca Rossa, poco sopra i duemila metri. Si scende poi lungo la Val Fredda, una valle raccolta con le baite da una parte e dall’altra, molto meno conosciuta, e si torna dove si è lasciata la macchina. È impegnativo, e va affrontato preparati. Ma ripaga ogni passo.

A ritmo lento, coi bambini o da soli: Ciampac
In fondo alla valle, sopra Alba di Canazei, si sale in funivia a Ciampac. Negli ultimi anni è diventato un posto pensato per rallentare: da un lato un parco giochi tutto in legno, sostenibile, dove i bambini stanno bene; dall’altro un percorso per gli adulti che si addentra fino a un ruscello, con piccoli spunti di riflessione lungo il cammino. Una volta a settimana c’è persino lo yoga in quota, guidato da Elisa. È uno di quei posti che restano un po’ in disparte dai grandi flussi, e si sente.

Come si entra in relazione con un luogo
Un elenco di sentieri, da solo, resta un elenco. Quello che gli dà un senso è il modo in cui li si vive. Ecco allora qualche buona pratica: le stesse che usiamo noi, anche quando ci allontaniamo dalla montagna per andare a conoscere posti nuovi.
Chiedete a chi ci vive. Fate pure il vostro itinerario a casa, la sera. Ma poi chiedete conferma a qualcuno del posto: a noi, alla cassiera del supermercato, a chi incontrate lungo la strada. Un consiglio dato a voce, guardandovi negli occhi, vi porterà sempre un po’ più in profondità di una lista delle “cose da vedere”.
Scegliete chi tiene viva la montagna. Le malghe e i piccoli rifugi a gestione familiare sono custodi silenziosi: fanno il formaggio, raccolgono, cucinano quello che trovano, e danno a delle famiglie un buon motivo per restare quassù. Ce ne sono di bellissime da queste parti — dalla Malga Contrin, dove fanno il formaggio, al Rifugio Valaccia proprio dietro la nostra montagna, fino al Rifugio Le Selle. Se passate a trovarci e ce lo chiedete, vi raccontiamo volentieri le nostre preferite.
Imparate a riconoscere i riti. Questa è forse la cosa più bella, e la più difficile da spiegare o raccontare. Ci sono momenti, qui, che non troverete su nessuna app: le mucche che verso sera rientrano alla stalla per la mungitura, con il loro odore di latte e di fieno; le greggi che in autunno scendono in transumanza; il trattore che riporta a casa il fieno vicino a un maso. Non serve andarli a cercare. Basta saperli riconoscere quando capitano e fermarsi, in disparte, senza disturbare. Con il pastore, se càpita, potete scambiare due parole: come va la stagione, che belle bestie per poi lasciarlo lavorare.
Alessandro ce lo spiega con un ricordo di quando era bambino e i suoi lo lasciavano andare in malga anche da solo: partivano in tre ragazzini, stavano fuori tutto il giorno e tornavano la sera sporchi e felici. Quello che lo affascinava di più era mettersi in disparte, a fine giornata, e osservare: la rastrellatura, le bestie che rientrano, il fieno che viene riposto. “Non saprei nemmeno spiegarlo bene,” dice. “È un contatto con un’agricoltura diversa, che trovi solo in montagna.”
Un prato qualunque
Forse un territorio non ha sempre bisogno di essere scoperto. A volte gli basta essere frequentato: tornato a vedere, ascoltato, abitato per qualche ora.

Per questo, quando ci chiedete qual è la cosa da non perdere, ogni tanto vi rispondiamo con la cosa più semplice che conosciamo. Prendete una coperta, qualcosa di buono da mangiare e camminate finché non trovate un prato che vi piace. Senza chiedervi se sia quello giusto, senza cercarlo da nessuna parte. Sedetevi e restate lì un po’.
Vi aspettiamo, Aurora, Alessandro e tutta la Ciasa.
Il bosco della Palua comincia a pochi passi da casa nostra. Se vi fermate qualche giorno in Ciasa, potete partire la mattina con la coperta sotto il braccio e tornare la sera a cena in osteria, con i funghi, le erbe e i racconti della giornata.
Domande frequenti
Settembre è tra i mesi più belli: funghi nei boschi, i primi colori d’autunno, le mandrie che rientrano e le greggi in transumanza. Le giornate sono terse e i sentieri più tranquilli dell’alta stagione — perfetto per camminare e osservare la vita della montagna.
Tra i più belli e poco battuti: la Palua nel bosco sopra Soraga e la baita Pociace (da Vigo, con vista sul Catinaccio) per una camminata facile; il Sasc de la Crousc per il panorama; e, per chi cerca il selvaggio, la Val de Grepa e la Val de Dona partendo da Mazzin.
Sì. A Ciampac, sopra Alba di Canazei, si sale in funivia e si trovano un parco giochi in legno per i più piccoli e un percorso tranquillo nel bosco per gli adulti, più rilassato rispetto alle mete più affollate.
Sì, soprattutto in autunno, nei boschi come quelli che salgono verso la Palua. In Trentino la raccolta è regolamentata (autorizzazione e limiti giornalieri): conviene informarsi in loco prima di partire.
Chiedendo consiglio a chi ci vive, scegliendo malghe e rifugi a gestione familiare, e imparando a riconoscere i riti della montagna — come il rientro delle mucche per la mungitura — osservandoli in disparte, senza disturbare.




